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La botte ottuagenaria

Una cantina chiusa da trent'anni. L'ultima botte rimasta. Il legno odora ancora di vino rosso — un profumo che nessuna lavorazione toglierà mai del tutto.

C’è una cantina sulla collina sopra Vigoleno che è chiusa da trent’anni. Il proprietario è andato via, i figli non sono tornati. La vigna è diventata rovi.

Dentro, nell’umido e nel buio, era rimasta l’ultima botte. Le altre erano state portate via — vendute, smontate, dimenticate. Questa no. Forse era troppo pesante. Forse qualcuno aveva pensato di tornare.

Il legno è rovere — lo stesso di sempre, quello che i vignaioli dell’Appennino usavano per far riposare il Gutturnio. Ha ottant’anni almeno. È diventato quasi nero nell’interno, color bronzo all’esterno dove ha preso luce per decenni attraverso la finestra rotta.

L’odore è la cosa più difficile da descrivere. Non è vino. È qualcosa di più antico — tannino, legno, tempo. Un odore che non si toglierà mai del tutto, nemmeno dopo la lavorazione.

Dalle doghe di quella botte sono nate Prigionia ed Elios. Entrambe portano ancora quell’odore, appena, se si avvicina il naso alla base.


Quando qualcuno compra un pezzo fatto con questo legno, porta a casa ottant’anni di vendemmie che non esistono più. Non lo sa. Ma noi sì.